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21 maggio 2009

profitto e condotta

Sono d’accordo che la questione del comportamento a scuola fosse reale e dovesse essere affrontata, anche sul piano degli aspetti sanzionatori (giustamente, Fioroni aveva già avviato questa operazione). Anche i test PISA mostrano del resto una chiara correlazione tra clima disciplinare e risultati di apprendimento.

Ma trovo che la confusione tra profitto e condotta sia controproducente.

Il discorso andava affrontato con maggiore profondità e meno “effetti speciali” e improvvisazione. Per esempio, puntando tra l’altro ad una dinamica virtuosa tra comportamenti corretti e riappropriazione (e ripensamento…) degli spazi scolastici, vissuti da alunni e docenti come propri e non con estraneità.

L’approccio adottato mi pare sterile. Tant’è vero che nelle scuole il clima disciplinare non sembra essere affatto migliorato dopo la pretesa svolta rigorista.




permalink | inviato da francini il 21/5/2009 alle 15:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

21 maggio 2009

tornare al mattarello?

Lo propongono 200 parlamentari circa.

D'accordo che la legge elettorale attuale è una della peggiori mai concepite, una porcata immonda. Ho perfino il sospetto che sia addirittura anticostituzionale ... art.1 "la sovranità appartiene al popolo", ho il dubbio che si leda il principio della sovranità popolare nella scelta dei parlamentari: almeno nella sostanza se non nella lettera.

Ma ... il mattarello?? Non ha mai dato gran prova di sé. Era una legge bizantina e confusa. Una schifezza insomma. Certo, siamo d'accordo che l'attuale è perfino peggio.

Ma ... è chiedere troppo che anche in Italia si abbia finalmente una legge elettorale decente, che sia semplice, democratica, funzionante, che rimane stabile per diversi decenni senza ritocchi continui (come succede nel resto del mondo)?

Ma possibile che abbiamo una classe politica tanto inconcludente..? Il fatto è che c'è sempre una maggioranza che beneficia di una data situazione e delle regole che l'hanno generata.

Anche se poi, nel complesso, finisce che nel medio periodo ci perdiamo tutti da questa situazione istituzionale inadeguata (sono 30 anni che si parla di riforme istituzionali... ecosa è stato realizzato? Solo la riforma "sussidiaria" del titolo V, che anche quella era meglio se tutto rimaneva come era prima: altra schifezza).

Tipica situazione senza uscita prevista dalla teoria economica dei giochi: in ogni istante c'è un giocatore che ha vantaggio momentaneo ad impedire un dato fatto e che potrebbe avere un danno dal verificarsi del fatto. Un fatto il cui impedimento tuttavia genera a lungo andare danno certo per tutti.

Ossia: la strategia che, in ogni istante, è la più vantaggiosa, a lungo andare è invece pessima.

In questi casi, se i giocatori sono intelligenti, si accordnao e fanno la cosa giusta.
Se sono stupidi, rimangono a turno ciascuno aggrappato al proprio vantaggio momentaneo, come i bambini che si strappano di mano le caramelle e poi scoprono che le hanno buttate via tutte senza mangiarne nemmeno una.

Allora il problema diventa: come facciamo a mandare gente più intelligente in Parlamento?

E si torna al punto di partenza: con la legge attuale, i futuri parlamentari sono cooptati da chi c'è già. Dall'esterno non si può fare praticamente nulla.

Conclusione: occorre attendere il realizzarsi di un evento sporadico ed improbabile, che scompagini il gioco: ad esempio che entrambe le coalizioni si vengano a trovare a un certo punto capeggiate da leader illuminati che decidono di collaborare nell'interesse del paese.

Poiché una delle due coalizione sarà capeggiata da Berlusconi per almeno altri 10 anni, la vedo brutta. [A proposito: le mie facili profezie di prima delle elezioni politiche del 2008, qui riportate, pare si stiano bellamente realizzando.]

In ogni caso la battaglia di retroguardia per il ritorno al mattarello non mi pare quel gran colpo di genio di cui c'era bisogno.




permalink | inviato da francini il 21/5/2009 alle 13:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

15 maggio 2009

libertà o liberazione?

Ha fatto bene Franceschini a chiedere a Berlusconi di festeggiare il 25 aprile.

Ed è stato bene che Berlusconi abbia partecipato. E' stato un momento importante.
Spero anche che mai più qualcuno si senta depositario del diritto di stabilire chi può o non può festeggiare o di impedire ad altri di farlo.

Berlusconi propone di festeggire non più la liberazione, ma la libertà.

La differenza è sottile, ma significativa. In un caso ci riferiamo ad un processo, nell'altro ci riferiamo al prodotto di questo processo.

Cosa si festeggia, cosa è giusto festeggiare il 25 aprile?

La risposta in realtà è piuttosto chiara: una festa di liberazione. Quindi un momento dinamico.
La fuoriuscita da una condizione, che comporta la messa in moto di energie, la visione di una prospettiva.

Berlusconi propone invece di celebrare la libertà intesa come entità statica, già data, che si tratta solo di conservare, così come sempre statiche e rassicuranti sono le sue coreografie di cieli azzurri.

Nella politica di Berlusconi, al di là delle intenzioni iniziali, non troviamo infatti alcun movimento liberatorio o libertario, ma solo la riaffermazione delle forme di libertà esistenti, a vantaggio di qualcuno in particolare. Una riaffermazione che ha tra l'altro un carattere per lo più consumistico e neo-pagano. [Ci sarebbe anche da riflettere sulla reale sintonia tra la politica berlusconiana, la gerarchia ecclesiastica, la tradizione cristiana.]

Il governo attuale, in linea con questa concezione statica della libertà, non rimette e non rimetterà in discussione quell'assetto di privilegi incrociati che tutti quanti insieme mantengono la società italiana in una sorta di equilibrio quasi immobile (da cui alcuni beneficiano, ed altri molto di meno).

Ci sono dunque nuove frontiere per una "liberazione" in senso moderno del nostro paese.
Vorrei che la sinistra, anziché rifugiarsi nelle celebrazioni di rito, avviasse questa nuova battaglia di liberazione. Che però dovrà essere anche una liberazione da se stessa.




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15 maggio 2009

il gioco dell'oca della seconda repubblica

E' di questi giorni la notizia dal FMI: per effetto della riduzione del reddito, nel 2010 il debito pubblico dell'Italia salirà al 120%. Torneremo indietro ai livelli del 1992. Vent'anni di risanamento bruciati in un soffio.

Dopo i sacrifici, le piccole rinunce, le privatizzazioni, le manovre, le manovrine. Niente, tutto da rifare. Non ha funzionato.

La pietra tombale su un quindicennio nella nostra storia che doveva essere di riscatto e invece si conclude in un esito fallimentare.

Torniamo nuovamente a rischio default. Forse stentiamo a capire l'enormità del significato di tutto ciò, forse nemmeno lo vogliamo capire. Deve essere per questo che nessuno ne parla.

Eppure ci fu, a un certo momento, la fiammata di coraggio. Mi ricordo di Amato nel 92 (anche allora il PDS non seppe rinunciare all'adunata oceanica di piazza, salvo disinvoltamente accogliere poi Amato tra i padri fondatori, senza troppo ripensare su chi avesse ragione e chi torto qualche anno addietro: uno schema ricorrente).

Bene o male ci fu la fiammata di riscatto nazionale. Amato, Ciampi, il primo Prodi.
Ma: ecco il guaio delle rincorse all'ultimo fiato, invece del lavoro di lunga lena. Magari ti vuoi illudere basti quello sforzo intenso a compensare i ritardi, poi però mancano i polmoni e le gambe per tenere a lungo il passo. Così ti esaurisci in quella fiammata e cerchi sollievo, si pretende di credere che lo sforzo sia bastato.

Invece quasi mai è abbastanza.
Le cause dei ritardi si ripropongono.

E così, dopo le due-tre manovre di Amato e Ciampi, siamo andati avanti a vivacchiare un quindicennio buono tra gli equilibrismi, con un risanamento timido.
Senza venire a capo dei nodi strutturali.
Senza mai affondare il bisturi. Due passi avanti e tre indietro.

Sbagliammo nel 94, a contestare Berlusconi quando stava facendo una delle cose più sagge della sua vita (la riforma probabilmente risolutiva della questione pensionistica).
Come contro Amato, anche allora scendemmo in piazza, tantissimi.
Contro il feroce Berlusconi e contro Dini che affamava gli italiani. Lo abbiamo dimenticato?

Dopo la caduta di Berlusconi, toccò fare, sempre con Dini, più o meno la stessa cosa, ma con maggiori cautele ed infinite gradualità. Senza però mai chiarire, ancora una volta, chi avesse ragione in quell'occasione: come con Amato.

Chi ha beneficiato di queste infinite gradualità?
Chi ha beneficiato di questa concezione della pensione come accogliente porto sicuro, che sistematicamente, contro ogni analisi seria del vivere contemporaneo, ha messo a carico della collettività energie ancora nel pieno delle capacità produttive? [e che naturalmente si sono trasferiti in massa nell'oceano del lavoro nero, godendo della pensione e sottraendo occupazione ai giovani ]

Ho tratto una precisa morale da vicende inconcludenti come queste: che a fare le cose male o farle bene costa grosso modo la stessa fatica. Anzi, quasi sempre si fatica di più a farle male che farle bene. Tanto varrebbe avere risolto le questioni una volta per tutte: ma questo lo si riconosce sempre dopo.

Come mai abbiamo cincischiato un quindicennio buono con le pensioni, quando nessuno nella società chiedeva veramente il mantenimento di un regime ormai palesemente indifendibile, quando ormai a tutti era chiaro che le giovani generazioni vi sarebbero rimaste sepolte, e tutti erano pronti ad accettarne le ragionevoli ed inevitabili conseguenze -- quando per lustri gli organismi internazionali ci hanno invitato, ammonito, sollecitato in ogni modo e maniera?

Eppure si è preferito mediare e dilazionare all'infinito.

Con episodi addirittura folli, quali l'incredibile retromarcia sullo scalone voluto da Maroni da parte del governo Prodi nel 2007. Bastò un diktat rifondarolo (con qualche supporto sindacale) e ci siamo bruciati non si sa quante migliaia di miliardi in una colossale, delirante sciocchezza (che si portò via ogni briciolo di credibilità che quel governo poteva ancora avere, senza peraltro riuscire a conseguire nessun tornaconto sul piano del proseguimento della legislatura).
A cosa, a chi servì quella mossa suicida, che nessuno aveva richiesto nel vivo della società, tolto qualche spezzone della nomenclatura politica e sindacale?
Me lo chiedo con senso di angoscia e di mistero, per la difficoltà a comprendere tanta dissennatezza e tanto corto respiro nelle decisioni assunte, al punto di lasciar intravedere una sorta di cupa rassegnazione al naufragio. Tante volte la si è intravista: in quel caso fu perfino lampante.

Nel frattempo, naturalmente, in questo quindicennio si è men che meno provveduto a edificare asili, asili nido, scuole all'altezza, servizi per la famiglia di alcun genere.
Siamo rimasti abbarbicati ad un sistema rudimentale di stato sociale, tutto basato su un colossale squilibrio generazionale e sociale nel riconoscimento delle garanzie e nel trasferimento delle risorse. Confidando nel ruolo redistributivo delle famiglie.
Se non che, così facendo, i giovani sono stati inclusi al solo patto di rendere impossibile qualsiasi taglio dei cordoni ombelicali, lasciandoli in sospeso nel limbo (o nel pantano) familiare per decenni, smorzando i dinamismi personali e generazionali, abbattendo la spinta a costruire nuove famiglie.
In altre parole: barattando il futuro con la ferrea tutela del passato.

E Berlusconi? Un'intera legislatura (dal 2001 al 2006) all'insegna di condoni ripetuti e di fiscalità facoltativa.
Nel 2008 toglie l'ICI a cuor leggero, poi si scopre che all'appello mancano una decina di miliardi di euro e non si sa più dove andarli a pescare.
Berlusconi ha incarnato e incarna un movimento liberale che non ha mai liberalizzato nulla. Che, dietro il vessillo della libertà, si è fatto garante di un equilibrio di mantenimento gradito alla gran parte delle corporazioni e degli interessi in campo.
Un equilibrio che ormai si è rivelato avere effetti soffocanti sullo sviluppo della società italiana. Vogliamo provare ad esaminare (e magari iniziare a scardinare, almeno in linea di principio) questo sistema di equilibri, o preferiamo affidarci volta a volta alla propaganda, salvo scoprirci incapaci di analizzare e di mutare alcunché all’interno di questo assetto molto robusto, ogni volta che ci si è illusi di avere prodotto un’alternativa di governo (puntualmente rivelatasi inconcludente ed effimera)?

In tutti questi anni, abbiamo tirato avanti senza mai affondare il bisturi nelle carni di un sistema politico-istituzionale costosissimo, senza pari nel mondo occidentale. Senza mai disboscare la selva di privilegi, di figure inutili, di strutture di raccordo cresciute in maniera ipertrofica, di pachidermiche strutture amministrative, intorno alle quali è esploso ogni genere di spreco, di prebenda, dove si è vista avanzare un’inesorabile selezione al ribasso del personale politico (giacché questi erano e sono i reali obiettivi della gran parte di simili entità, e non i loro effetti collaterali). Un groviglio inestricabile di sfere di competenza, di inefficienze, di irresponsabilità che hanno proliferato senza limiti, come la burocrazia bizantina. L'invocazione della sussidiarietà, la delega in bianco alla Corte Costituzionale nel dover lei stabilire le potestà di ciascun soggetto nel quadro istituzionale diventano lo specchio grottesco di un'irrisolvibile incapacità di governare e di progettare un sistema di governo. Quando mai si era concepita una forma di governo di un paese sorretti, fin dal principio, dall’idea guida che sarebbe dovuto toccare poi alla Corte decidere in concreto chi fa che cosa?

Non si è mai fatta la riforma morale, di cui avevamo bisogno come il pane, la riforma dei meriti e delle responsabilità. L'unica in grado di ridare linfa vitale ai talenti. Anzi: con l'apripista delle leggi Bassanini e poi della privatizzazione, con l'esplosione delle società municipalizzate "private" ma in mano pubblica, si è travolto quel timido istituto che tutto sommato (tra raccomandazioni e bustarelle) pure aveva fatto da argine, che sta scritto nella Costituzione, il concorso. Tracimato quello, si è passati all'occupazione più smaccata degli spazi e delle risorse, in nome dell'efficienza privatistica (e chi l'ha mai vista). Anche i fiori all'occhiello dei tentativi riformistici, come Bassanini e Berlinguer, sono in realtà naufragati miseramente. Si è rivelato essere riformismo astratto, non radicato, velleitario.

Le forme di federalismo a metà, avviate dal 97 e poi dal 2001 in avanti, anziché creare trasparenza e occasioni di controllo, diffondere cultura della valutazione, hanno ulteriormente moltiplicato i bizantinismi, gli sperperi, l'opacità delle responsabilità.

C'è cupa negativià in questi giudizi. Eppure, per quanto mi sforzi, riesco a vedere molto, molto poco di veramente ben fatto nell'Italia dell'ultimo quindicennio. La nuova legge elettorale per i sindaci, quella sì. Che fu anche una delle prime cose. Si era partiti bene: pareva aprirsi una pagina di speranza e di rinnovamento. Ci avevamo quasi creduto. Poi tutto ha preso a girare storto.

Né a nulla sono valsi i libri di denuncia pubblicati, venduti a milioni, su caste, privilegi, sprechi, costi (da Gian Antonio Stella a Cesare Salvi): tutti liquidati con alzata di spalle e sorrisi ironici. A nulla è valsa la marea montante dell'antipolitica, del grillismo, che con le sue ingenuità e le sue modalità anche discutibili doveva pur rivelare l’urlo d’indignazione di cui era portatrice.
Niente. La solita tattica del muro di gomma: basta aspettare e le cose si aggiustano.
C'è da stupirsi se poi gli elettori mandano tutti alle ortiche? Di cosa possiamo meravigliarci?

Si è privatizzato di tutto senza liberalizzare nulla.
L'argenteria ce la siamo venduta e siamo in mutande come prima.
Le caste di ogni tipo sono più forti che mai, quasi proibitivo è reso l'accesso di talenti ed energie fresche nelle roccheforti consolidate, che non si sono scalfite di un millimetro.
Restiamo un paese dove per fare il giornalista occorre superare uno sbarramento e per comprare casa, tocca ancor oggi devolvere diverse migliaia di euro ad un notaio, quando potrebbe bastare la registrazione di un semplice atto presso un ufficio comunale.
Ancora adesso i giovani farmacisti non possono aprire una farmacia (mentre i rampolli dei vecchi farmacisti possono continuare ad arricchirsi senza scossoni, non importa se bravi o non bravi).
I giovani ricercatori devono fuggire per fare posto a figli, amici, parenti di baroni installati nei pochi posti reperibili (si sa: in tempi di carestia, la meritocrazia diviene un lusso insostenibile, serve concretezza: e la priorità va a chi deve andare).

Come fa a funzionare un paese così organizzato?

I nostri investimenti sono fermi da 20 anni. La prima voce che abbiamo tagliato.
Non costruiamo infrastrutture da decenni. Le ferrovie sono immobili, per estensione e qualità, alla situazione degli anni '50 (tolti sporadici e lentissimi innesti di alta velocità, ad un ritmo comunque lentissimo e costosissimo).
Anzi, rispetto a mezzo secolo fa le ferrovie sono perfino regredite (tagliati i famosi rami secchi).
Abbiamo metropolitane che fanno piangere rispetto a Madrid o Valencia, per non scomodare New York, Berlino, Londra, Parigi.
Le nostre capacità progettuali e gestionali, le stesse competenze tecniche diffuse, si sono a tal punto deteriorate che quelle poche opere pubbliche impiegano decenni a completarsi, costano se va bene 3 volte la previsione iniziale e 4 volte quel che costano nel resto d'Europa. E sono realizzate con standard di qualità in moltissimi casi modesti.

Si potrebbe proseguire a lungo: per le energie rinnovabili, come per il turismo, la scuola, l’università, la ricerca. Dove sono finite le risorse gigantesche che abbiamo polverizzato, se in definitiva non abbiamo realizzato né infrastrutture né servizi, né strutture formative, né null’altro di solido, rispetto a paesi che hanno speso e spendono molto di meno?
Quei soldi si sono persi in mille rivoli.
I quali, in un modo o nell'altro (c'è un'infinita varietà), sono per qualche via confluiti nelle tasche degli italiani. Ovviamente in modi e misure straordinariamente differenti. Questo immenso debito pubblico lo ritroviamo, con varie trasformazioni, dentro la formidabile abbondanza di patrimoni privati di cui il paese dispone, sotto forma di abitazioni, case al mare, barche, idromassaggi, materiali preziosi.
Una sorta di grande mercante in fiera al quale un po' tutti abbiamo giocato, col quale ci siamo forse anche illusi di poter ridistribuire meglio le risorse, le ricchezze, le occasioni.
Ma dove alla fine le carte che vincono sono invece poche.
L’estrema polarizzazione della ricchezza esistente in Italia, unita alla ridottissima mobilità sociale, è un tratto caratteristico tutto italiano. Altrove, nei paesi a forte polarizzazione della ricchezza c’è almeno mobilità (abbondanza di opportunità); dove c’è stasi c’è almeno un certo equilibrio nella distribuzione delle risorse economiche.
L’Italia invece combina mirabilmente immobilità con iniquità.

L’occasione di una riforma complessiva e intelligente del funzionamento del paese, all’insegna dell’interesse generale e soprattutto delle giovani e future generazioni, si è presentata in innumerevoli occasioni, sempre fallita. Quel poco che si è potuto realizzare (modifica del titolo V del 2001) ha dato esiti fallimentari.
Una ghiotta occasione ci fu nel 1998, con la Bicamerale presieduta da D’Alema, ma fu Berlusconi a far saltare il tavolo. E sempre così è finita, a ogni timido tentativo fatto di riforma complessiva, di cui tutti pure affermano la necessità e la necessità di una condivisione. Ma non si è mai riusciti ad andare oltre la logica dei vantaggi spiccioli per la propria organizzazione politica nel breve periodo o per la logica dei veti interni alle coalizioni di volta in volta al governo. Difficile, sinceramente, tenere il conto delle responsabilità in questa sequela di dinieghi e di tentativi andati a vuoto.
Difficile togliersi di mente la favola dello scorpione, al punto tale vittima della sua stessa natura, da non poter fare a meno di pungere la stessa rana che lo stava portando nel fiume sul proprio dorso, annegando così insieme a lei.

Il bilancio di quasi un ventennio è magro.
Un paese inconcludente, governato da una classe politica inconcludente, che non sa vedere lontano, non sa pensare pensieri lunghi, non sa agire secondo saldi programmi.
Un calvario di occasioni sprecate, di leggi lasciate a metà, come i ponti o gli ospedali (come le infinite leggi elettorali che abbiamo fatto, disfatto e lasciato a languire). Di rattoppi senza capo né coda.
Un quindicennio di sacrifici che, come in un gioco dell'oca, beffardamente ci riporta dopo tanti affanni alla casella di partenza, logorati e più vecchi.
Servirà l'ostinazione di lanciare ancora quei dadi e provare a ripartire.




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15 maggio 2009

frasi.

Sono diventato aforista. Ecco qui.



1. In Italia sul principio del merito ci troviamo sempre sempre d'accordo tutti. Mai sentito qualcuno lodare il demerito.


2. Per essere buoni, di questi tempi, ci vuole una certa cattiveria.

3. Scritto su un muro a Roma: <<Il futuro non è più quello di una volta>>.

4. Per imparare qualche cosa, bisogna prima insegnarla.

5. Sapere perdere e sapere vincere è fondamentalmente la stessa cosa.

6. Non c'è nulla di più serio di un gioco.

7. Un gioco è caratterizzato dalle sue regole. Vincere senza rispettarle significa semplicemente avere vinto ad un'altro gioco.




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30 aprile 2009

il nostro specchio severo

 

Grande, dolente articolo di Adriano Sofri che parte dalla condizione dei romeni in Italia.
 
L'immigrazione che siamo capaci di attrarre è purtroppo il nostro specchio più veritiero.

Così come espelliamo da anni i nostri migliori talenti, per loro non c'è posto, così come siamo incapaci di garantire, a ogni livello, un solido stato di legalità nel paese (sono eloquenti le valutazioni internazionali sui tassi di corruzione, e le risorse pubbliche che dal sistema di corruzione sono state divorate in Italia). Allo stesso modo siamo incapaci di attirare medici, scienziati e ricercatori, e la struttura stessa del nostro paese pare fatta apposta, intrinsecamente, per offrire anfratti e margini d'illegalità a chi vuole imboscarvisi. Quegli stessi anfratti di cavillosità, necessaria al nostro garantismo all'italiana (la legge si interpreta per gli amici) non possono che generare "per li rami" un sistema giuridico sempre più sfuggente e malmostoso, allergico a ogni pallida ombra di spirito luterano. Dove debbono accumularsi, leggi, leggine, inefficienze, trascuratezze, contraddizioni in termini, bizzarrie, privilegi di questo o di quello: tutto ciò non può che generare un kharma negativo per ogni forma di legalità. Perché ogni cosa, ogni processo, si tira dietro altre cose e altre processi. In un sistema democratico, nessuna classe politica può garantire per sé un regime d'impunità senza nel contempo compromettere la legalità su scala più vasta (o senza contenere essa stessa l'espressione di questa illegalità diffusa).

Giustamente chi è in cerca di cibo, chi in fondo deve solo sopravvivere potrà cercare di profittarne, di insinuarsi tra maglie di un paese dove queste maglie sono particolarmente lasche, e debbono esserlo per ragioni culturali e strutturali. L'afflusso di stranieri, una certa parte dei quali giunge con scopi predatori, è una conseguenza strutturale del nostro sistema, il quale non a caso era già di per sé in difficoltà sul terreno interno, l'unico in Europa dove intere regioni territoriali sono sottratte al controllo di legalità dello Stato. E' inevitabile che i processi di massa del nostro tempo vadano a colpire anelli deboli come il nostro.

Fanno veloci le pratiche a comunicarsi, trasferirsi, diffondersi, nel nostro mondo le esperienze sono contagiose. Strepitare contro l'invasione straniera senza, vedere la preesistente condizione di se stessi nella quale certe conteraddizoni sono andate ad impattare, significa fermarsi al dito senza accorgersi della luna che quel dito ci indica.

Ragioniamo poi sulle forme di accoglienza e di integrazione che abbiamo saputo costruire: essenzialmente nessuna.
Nessuna integrazione, nessun controllo del territorio e della legalità.
Le due cose vanno insieme.
Solo una certa arretratezza deve averci indotto a credere che, al contrario, esse dovessero escludersi a vicenda, che si potessero concedere margini di tolleranza sulla legalità in cambio dell'inerzia nelle politiche di integrazione.
E che, anzi, proprio questa inerzia sull'uno e sull'altro terreno potesse essere la via italiana a una sorta di integrazione "fai da te". Siamo campati sul malinteso di una pratica della solidarietà intesa come la politica del chiudere un occhio, mentre nel contempo nessuna reale politica di reale accoglienza veniva attivata, che non fosse legata al volontarismo di alcune organizzazioni o la singola iniziativa sporadica.
Un terribile equivoco che prima o poi dovremmo chiarire. Le due cose vanno insieme: più controllo dei processi (quindi del territorio, degli ingressi, della legalità), più integrazione (lavorativa, educativa, linguistica, politica, civile, assistenziale).

La nostra immigrazione ha finito per essere altamente selettiva, ma in senso avverso.
Non deve stupirci se da noi giunge più che altro o buona manovalanza di basso livello (e anche i più qualificati a questo debbono adattarsi una volta sul nostro suolo, perché altro non si offre loro che il posto da badante o da autista, quando non di bracciante nell'inferno salentino). E poi vengono avventurieri che già ne hanno passate di ogni genere, di un'umanità in certi casi già abbrutita, che poco o nulla hanno da perdere anche nell'alquanto remota ipotesi di una detenzione nelle carceri italiane.

Non viene il ricercatore. Al massimo può esserci il musicista o lo scrittore a fare le vacanze nel Chianti. Ma in Italia non viene lo studioso o l'informatico o il medico. (Venivano molti attori e molte importanti produzioni filmiche, ma nell'arco di due decenni siamo riusciti a smantellare il secondo polo produttivo e artistico della cinematografia mondiale.)

Perché non vengono? Non vengono perché abbiamo edificato un sistema sociale che, per garantire gli spazi ad alcuni, è costretto "per li rami" a tenere ai margini tutti gli altri.
L'Italia si è rinchiusa in questa tana, ciascuno puntando a mettersi al sicuro per séla sua tana, ne abbiamo fattro la nostra prigione e la nostra condanna.

 




permalink | inviato da francini il 30/4/2009 alle 16:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

30 aprile 2009

il genio di Brunetta

Brunetta vuole abolire i privilegi delle regioni a statuto speciale: cattivo esempio di pseudo-federalismo.

Invece io mi chiedo: possibile che debba toccare a Brunetta dire cose che in realtà sarebbero completamente ovvie, e invece alla fine passano per essere rivoluzionarie?




permalink | inviato da francini il 30/4/2009 alle 16:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

30 aprile 2009

cubature

 altro che aumento delle cubature... l'Italia è stata riempita di case orribili costruite male e insicure... in 50 anni abbiamo deturpato l'eredità di tanti secoli di storia... ha ragione la Bonino, bisognerebbe rottamare mezza Italia.




permalink | inviato da francini il 30/4/2009 alle 16:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

11 aprile 2009

piazze borghi architetti

Non voglio nascondere che negli ultimi tempi ho avuto modo di apprezzare sempre più i contenuti di alcuni interventi di Vittorio Sgarbi, al di là del loro sapore polemico. Ho cominciato a vedervi ciò che forse mi è sempre sfuggito: una giusta, direi sacra indignazione per come l'Italia è stata ridotta.

Sono veramente, profondamente d'accordo con Sgarbi quando in televisione dice che i nostri borghi sono luoghi benedetti, quando tesse le lodi di quel che fu costruito con semplicità e con fatica per essere abitato e per servire, quel che ha saputo reggere il peso dei secoli. I luoghi che hanno ospitato generazioni di uomini e li hanno visti vivere, lavorare, morire. C'è una sacralità in questi luoghi, nei nostri borghi, ed è il vero autentico patrimonio di questo paese.

Quando vado a Gubbio, a Bevagna, a Sermoneta, non posso fare a meno di snetire le voci, le presenze, le tracce evanescenti di chi ci ha vissuto per secoli o per millenni e vi ha lasciato il suo spirito. Quando assaggio la cucina dei luoghi, i piatti che per secoli hanno nutrito le nostre genti, indissolubilmente legati all'ambiente del posto, alle specie animali, alla vegetazione, alla stagionalità, al clima, allora mi emoziono, allora posso socchiudere gli occhi ed entrare in contatto con il barlume lontano di un'esperienza genuina (non quando degusto le preparazioni astruse e distillate di qualche cuoco alla moda, che accede in via indifferenziata e mescola materie prime e tecniche di ogni dove).

Quel che mi chiedo è: dove è finito tutto questo? Perché da 50 anni almeno non siamo più capaci di costruire delle piazze? Una piazza non è un buco, uno spazio vuoto in mezzo alle case. E' un vuoto che è pieno di tessuto civico, di umanità, di presenza in un luogo. Non ne siamo più capaci.

I centri o i quartieri nuovi sono successioni di abitati slegati, non si connettono, non formano un tessuno umano e abitativo. Sono solo dimore ravvicinate.
Magari, possono anche essere ambite dalle famiglie, col garage la villetta il giardino.
Oppure possono essere luoghi di abbrutimento e di desolazione.
Ma in un caso e nell'altro, la sera di sabato o d'estate, se c'è da prendere un gelato, se c'è da fare due passi o mangiare una pizza, si va in centro.
Si va tra quelle quattro pietre ostinate e vecchie, che stanno in piedi da qualche secolo. E' lì che si trava calore identità umanità senso dell'armonia, è lì che non ci si sente soli, è lì che si sente di essere qualcuno o qualcosa in un mondo che non ci è estraneo.

Penso alla protervia dell'architettura contemporanea che ha generato certi mostri a tavolino.
La quale o è stata corresponsabile alla speculazione più sfacciata, oppure è stata pretenziosa al punto di ridurre l'uomo e le sue esigenze entro i margini di questa o quella estetica alla moda, tutta autoreferenziale nel gioco di ammiccamento tra le scuole o avanguardie varie.

Una condizione schizofrecnca: o abbiamo l'essere umano ridotto da cittadino a utente abitante, un ospite quasi occasionale, con l'opera architettonica come elemento preminente che schiaccia l'uomo.
O viceversa: l'uomo come consumatore di spazio, l'abitazione come pura ripartizione utilitaristica dello spazio. E anche in questo caso, l'uomo si riduce ad abitante e non ha più un legame, un radicamento vivo nel luogo dove risiede, non è più un cittadino in senso pieo e reale.

La mostruosità, la vuota pretenziosità della nuova Gibellina siano monito perenne.

Voglio dirlo: viva l'edilizia spontanea. I piani regolatori sono stati la morte di questo paese. Viva il piccolo abusivismo di chi si costruito con le sue mani e col sudore una casetta, un tramezzo, un pianerottolo, una torretta, un terrazzino. Viva il Quadraro, Torpignattara e il Pigneto. E' in questi luoghi, se c'è, la salvezza dai quartieri disumani venuti sù con tutti crismi dell'ufficialità e col benestare della Cultura. Centro storico a parte, sarà in questi luoghi (semmai) la Roma ancora viva del prossimo secolo. 




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27 marzo 2009

latino sì, latino no, latino forse

Da anni si dibatte se mantenere o no il latino nel liceo scientifico. La disputa, al solito, ha finito per assumere i contorni del conflitto tra innovatori e custodi della tradizione.

Dobbiamo chiederci quale funzione ricopra attualmente il latino nei corsi di liceo scientifico.

Siamo in presenza un apporto davvero vitale alla crescita culturale di studenti dei licei scientifici?

Come sempre, la risposta non può essere univoca, notevole è la variabilità di situazioni da scuola a scuola, e perfino da classe a classe (un dato, questa diversità, che riguarda tutti i parametri del sistema scolastico, dalla qualità del servizio ai livelli di apprendimento, e che si è accentuato con l'autonomia).

Pur nella variabilità dei casi, alcuni dati di fondo si possono comunque individuare.

1. Il latino conserva un'importante funzione selettiva nei primi anni di liceo scientifico. L'insufficienza in latino, infatti, sanziona in molti casi una serie di lacune che in altre discipline risultano più facilmente aggirabili: impegno superficiale, basi linguistiche carenti, deboli capacità logico-interpretative. Spesso la difficoltà in latino si accompagna a quella in matematica ed insieme possono giocare una parte decisiva ai fini della non promozione. Questa frequente associazione è perfino entrata nel senso comune.

2. Dal terzo anno in avanti il latino si colloca in una posizione sempre più defilata. Si riduce il numero e la rilevanza delle prove di traduzione, si riducono le aspettative e gli obiettivi; molti insegnanti finiscono per trattare la letteratura latina con testi già tradotti e si limitano a richiedere una conoscenza sommaria degli elementi culturali. Se non è una rinuncia, poco ci manca.

Il punto è che, notoriamente, il latino non compare nell'esame di Stato dei licei scientifici. All’approssimarsi della scadenza conclusiva, si accresce la sensazione di estraneità verso il resto del curricolo. Viene meno la motivazione dell'esame e si attenuano i legami con gli altri programmi, sempre proiettati sulla storia, la filosofia, la letteratura, la scienza del novecento (e sulla matematica del sei-settecento). L'insegnante di lettere sottrae spesso ore di latino per aumentare il tempo dedicato all'italiano, dove è previsto un programma di studio molto vasto, con esame scritto ed orale.

Il defilarsi di una disciplina che è così rilevante nel segnare il passaggio alla scuola superiore, e così presente nell'orario scolastico, è accettato concordemente, senza scossoni particolari. Tacitamente, si ritiene fondamentalmente assolto il compito essenziale della presenza del latino, una volta realizzato il contributo alla selezione nel biennio. Una deludente eclisse fa seguito alle fatiche iniziali.

Quando viene reclamata la valenza formativa del latino nel percorso del liceo scientifico, quasi mai si tiene conto della condizione a cui lo studio del latino si è nei fatti ridotta. Basti menzionare un sintomo non ben visibile di tutto ciò, eppure esemplare: tra gli studenti che ottengono premi nei vari certamina di latino esistenti in Italia, il numero di iscritti ai licei scientifici è assai modesto, il 15% circa, contro l’80% dei classici, a fronte di una presenza del latino paragonabile nei due indirizzi e di una popolazione studentesca che nei licei scientifici è circa il doppio di quella dei classici. Una tale scarsità di risultati eccellenti si spiega con la messa ai margini e la sostanziale rinuncia a trattare approfonditamente la disciplina, una volta passato lo scoglio del biennio iniziale.

Dobbiamo inoltre chiederci se nel nostro paese sia da ritenere essenziale la conoscenza del latino in una formazione generale a vocazione scientifica. Se si pensa ad una preparazione che affondi le radici nel terreno storico, e che miri ad una consapevolezza approfondita della storia delle idee, allora lo studio del latino si presenta come elemento chiave sul piano storico, linguistico, della tradizione culturale. In fin dei conti, il latino è rimasto in Europa la lingua veicolare della comunicazione scientifica fino almeno al settecento. Difficile però ritenere realistico questo livello di approfondimento su vasta scala. Peraltro, come accennato, lo studio del latino nei licei scientifici tende per lo più a svilirsi dopo il biennio iniziale. Serve davvero a qualcosa ostinarsi a millantare una tradizione di eccellenza culturale e storiografica che nel concreto si riduce per lo più al simulacro di se stessa? Nelle condizioni attuali, appare più promettente l’idea di riservare lo studio del latino a chi manifesti un interesse reale.

Quel che si fa, che lo si faccia sul serio. Non ha nulla di inconcepibile la stessa idea di poter assegnare anche prove scritte di latino all’esame di liceo scientifico, se davvero esso è saldamente integrato (e quindi è qualificante) all’interno del piano di studi. Perché no? [Specialmente se prima o poi si procederà al superamento di quel pasticcio che è l’attuale terza prova scritta (sostituendola con una prova monodisciplinare e con traccia ministeriale)]. Negli altri casi, può essere preferibile rinunciare a parte di quelle finalità qualificanti ed ambiziose che potrebbero accompagnarsi alla presenza del latino nel liceo scientifico: purché ciò avvenga nella chiarezza degli obiettivi, fuori dall’equivoco di una cultura che di “liceale” finisce per avere più che altro la forma.

Se questo discorso è sensato, appare ragionevole l'idea di rendere opzionale il latino nei licei scientifici. La tendenza all'infarinatura, all'accumulo delle materie o delle nozioni messe in fila va respinta. Come anche l'abitudine di ridurre certe materie di studio a dei rituali a se stanti, dei codici interni all'universo scolastico, che significano qualcosa solo entro quell'orizzonte.

Si tratta dunque di creare condizioni di maggiore chiarezza ed onestà. Sia per il tempo dedicato, sia per i costi che comporta, sia per la fatica e l’impegno che vengono richiesti agli studenti, è difficilmente sostenibile una presenza così ingombrante, senza che essa risponda ad interessi e ad obiettivi autentici. Ha senso solfeggiare due anni, senza mai suonare nulla?

Peraltro, nessun ostacolo insormontabile impedisce che si possa estendere anche ad altri corsi di studio la possibilità di annoverare il latino come materia opzionale, scuola media inclusa; anzi sarebbe una possibilità da incoraggiare, per i tratti importanti di approfondimento storico-culturale e di consapevolezza linguistica e culturale che potrebbe dischiudere. A patto di non portare avanti stanche ritualità che sempre più si riducono a gusci vuoti.

Non vitae sed scholae.


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permalink | inviato da francini il 27/3/2009 alle 4:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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